Questa non chiamatela democrazia

Questa non chiamatela democrazia

Normalità

Sono nata nel 1994, qualche mese prima dell’esordio di Berlusconi in politica, numero tessera 1816. Nata nella zona del mondo che consideriamo democratica.
Infanzia felice, adagiata dentro la casa di proprietà dei miei genitori in una provincia romana dove il degrado era visibile solo agli occhi degli adulti.
Mai sentito fame, mai assistito ad episodi di violenza. A scuola avevo i miei amichetti e potevo andarci tutte le settimane, dal lunedì al venerdì.
Un’infanzia vissuta nell’amore di una famiglia piccolo borghese.

La prima volta che vidi degli adulti spaventati fu nel settembre dell’inizio secolo. Li avevo visti sempre riunirsi davanti alla televisione ma mai circondarla in piedi con quello sguardo che ancora non riuscivo ad interpretare, e quando cercai di attirare l’attenzione verso di me mettendo uno a fianco all’altro i miei due fratellini ed io a braccia aperte ad interpretare quello che stavamo guardando tutti in tv, per la prima volta vidi sul viso di mia madre un’espressione che ancora non conoscevo: la paura. “Adesso no Irene, è successo qualcosa di molto grave”. È uno dei primi ricordi che ho, simile a quello della metro B di Roma e quel signore con la pelle più scura della mia e quel copricapo strano in testa che tanto mi fece paura, e tanto mi lasciò interdetta anni dopo, quando mi accorsi che quel signore era un indiano sikh e che le uniche cose che aveva in comune con quella tragedia era il colore della pelle dei presunti terroristi.
Poco prima di quell’evento catalizzante ne avvenne un altro ma non ne ricordo nulla. Il massacro fisico e psicologico della popolazione civile che si era riunita a Genova per esercitare il proprio diritto al dissenso, contro chi continuava a prendere decisioni le cui conseguenze non ricadevano mai su chi blindato le aveva prese, ma su chi protestando veniva chiamato dalle autorità:

“Zecca, figlio di puttana, stronzo, comunista di merda,
bombarolo di merda, devi morire lurido comunista.
Negro di merda, schifoso, comunista di merda.
Comunista frocio.
Omosessuale, comunista, merdoso, frocio, ebreo, bastardo.
Comunisti di merda, puttane e zecche.
Entreremo nella cella e dipingeremo i muri con i nostri manganelli dello stesso colore della vostra bandiera.
Siete delle bocchinare, puzzate sporche bastarde.
Troie, dovete fare pompini a tutti.
Vi portiamo fuori nel furgone e vi stupriamo.
Troie, ebree, puttane.
Entro stasera vi scoperemo tutte.
Senti che schifo questi froci come puzzano.
Vi diamo fuoco; siete delle merde e dei parassiti.
Uno di meno, siete uno di meno.
La notte è lunga e questo è solo l’inizio.”
https://www.nazioneindiana.com/2005/01/31/folklore-italiano-del-xxi-secolo/
https://www.teatronazionalegenova.it/wp-content/uploads/2018/05/Pdf-unico.pdf

“Uno a zero per noi”. Avevo 7 anni.
L’anno dopo iniziavo ad ascoltare in modo diverso quei discorsi in tv ma ancora non riuscivo a capire tutte quelle parole dette da quegli adulti in giacca e cravatta e da altri vestiti come le persone che vedevo tutti i giorni a Pomezia. Avevo capito che il G8 fossero le persone riversate in piazza. Ero ancora troppo piccola.

A 8 anni sapevo ormai leggere bene e la prima parola che scoprii finire con una consonante fu “Iraq”. Furono anche le prime bombe che vidi in tv, scarne e senza significato perché agli occhi di una bambina nata in un paese democratico quelle bombe sembravano fuochi d’artificio, e i fuochi d’artificio, agli occhi di una bambina scappata da quei luoghi, sembravano bombe. Nascosta sotto un tavolo per paura di essere di nuovo in pericolo.

A 12 anni vidi in televisione l’impiccagione del dittatore di quel paese con la consonante come ultima lettera.

A 13 anni iniziai a vedere i miei parenti litigare durante le feste comandate tra chi credeva alle parole di Berlusconi e chi invece era convinto che una crisi economica mondiale era imminente. Arrivarono in tv termini economici che neanche gli adulti capivano, mai sentiti in tutta la loro vita. Sembrava che per una serie di sfortunati eventi miliardi di dollari e quindi euro erano andati in fumo ed in nome della stabilità economica le condizioni lavorative e le casse dello stato dovevano subire un ridimensionamento, ma anche qui non sapevo cosa significasse.

Il governo Berlusconi crollò a causa di uno scandalo sessuale. A quanto pare più grave di tutti quelli di cui avevo sentito parlare durante i suoi tanti anni di governo.
Sentii per la prima volta la definizione “governo tecnico”. I telegiornali e i svariati programmi tv iniziarono a ripetere e sottolineare la necessità di sacrifici della popolazione civile per poter bloccare la crisi economica. Diritti sul lavoro in cambio di stabilità economica. A quanto pare non c’era cosa più importante.

A 17 anni emigrai con mia madre ed i miei fratelli prima in Svizzera poi con mio fratello in Germania, nella città dove mia madre era nata da figlia di immigrati italiani degli anni ’60. Lì ho conosciuto ragazzini e ragazzi afgani, africani e arabi che mi hanno raccontato la loro storia migratoria. La “questione migratoria” fatta diventare crisi perché le istituzioni europee non hanno voluto prendersi la responsabilità di quelle persone arrivate sulle “nostre” coste, scappate non per sfortuna, ma per scelte politiche ed economiche fallimentari. Scelte politiche ed economiche contestate nelle piazze di Genova da più di 300.000 civili da tutto il mondo, poco più di un decennio prima di quegli sbarchi.
Dicono che i loro governi, a differenza dei nostri, non sono democratici, infatti è da quando sono bambina che sento usare questa come motivazione per far scoppiare guerre in quei paesi, per riempirli di prestiti con alti interessi e vestiti che noi non usiamo più.

A 25 anni ho vissuto una pandemia mondiale e due anni dopo la ruota della guerra si è fermata in Europa. Ancora guerre di confine.

In quasi 30 anni di vita ne ho vissute svariate di crisi ma la mia vita da piccola borghese, a parte il potere d’acquisto, non ne ha risentito poi così tanto. È vero, hanno represso con violenza inaudita chi protestava, ma non riusciamo a negare di vivere in un paese democratico. C’è però una cosa importante da capire per prima cosa. Qual è la differenza tra una dittatura e una democrazia?



Dittatura:  “Concentrazione di tutto il potere in un solo organo, rappresentato da una o più persone che lo esercita senza alcun controllo da parte di altri. Dominio incontrastato di una persona, di una categoria ecc. in un determinato ambito”.
Treccani.


Work in progress

Sciogliere la matassa

Devo scrivere ma non ho il coraggio, e continuo a fuggire per continuare a cercare e non cucire i pezzi insieme. Perché questa volta ogni pezzo è un gigante da osservare, da avvicinare e da immergercisi, Ho bisogno di esorcizzare questa paura, c’è chi compra, c’è chi gioca, c’è chi mangia, io fumo. Succhio il fumo e sento il filtro sulle labbra, il fumo amaro in bocca mentre lo respiro, lo sento in gola e gonfio i polmoni per poi soffiarlo via. E ripeto, ripeto ogni gesto, perché mi provoca piacere, e oltre a questo una cosa sola riesce a svegliarlo, e mi fa fuggire. Rimetto i pezzi insieme, succhio il fumo, e continuo, continuo, mentre mi avvicino a quei giganti al mio passo, ma che vorrei superare. Per questo scrivo per esorcizzare. Queste ombre che definiscono le nostre vite e, per fortuna ma solo per alcuni, solo in parte il destino. Quel destino che vedo, perché voglio, vedere fiorire e mantenersi essendo potenzialmente possibile.
È estremamente limitante frenarsi alla realtà che si ha trovato nella vita, quella serve per vivere, ma noi siamo umani ed ogni volta che c’è stato un cambiamento c’è stato un immaginario. È questa cosa gigantesca che mi terrorizza. Ed è questo quello che dobbiamo rivendicare, anzi, una delle cose che dobbiamo rivendicare, perché se veramente viviamo in un Paese democratico e libero, innanzitutto dobbiamo avere il diritto di immaginarci una realtà insieme che convenga a tutti, e nel momento in cui non conviene più a tutti, avere la possibilità di cambiarla insieme attivamente, soprattutto a chi viene data come unica possibilità di scelta il voto passivo, coloro che portano sulle spalle il peso maggiore delle scelte prese da chi ha votato passivamente, ma soprattutto, da quelle persone la quale collaborano con chi abbiamo votato. Persone votate da nessuno, perché viviamo in una democrazia indiretta, dove pragmaticamente parlando, le decisioni finali che definiscono la realtà delle persone vengono prese da persone che non abbiamo mai votato. Ed è qui che dobbiamo chiederci, perché viviamo sempre le stesse problematiche?
Perché votare le persone invece delle idee?
Perchè il politico non è una figura, ma una funzione.

I 9 limiti planetari da non superare se vogliamo continuare a vivere sulla Terra (e se ce ne fosse un’altra non ci starebbe posto né per te né per me)

L’attenzione è l’insieme di quei meccanismi cognitivi che ci permettono di selezionare e filtrare gli stimoli che ci arrivano dal mondo esterno, per poi elaborare le informazioni e fornire agli altri e a noi stessi una risposta adeguata. È una funzione cognitiva fondamentale ai fini della sopravvivenza in quanto consente di organizzare le informazioni provenienti dall’esterno e di regolare di conseguenza i processi mentali necessari all’esecuzione di tutte le attività e le scelte quotidiane.
Esistono vari tipi di attenzione, una tra queste è “l’attenzione selettiva”. Si occupa di decidere quali informazioni sono importanti e quali meno.

La nostra mente percepisce il mondo esterno attraverso gli stimoli che le arrivano dai sensi ed è portata a semplificare l’enorme mole di informazioni che riceve per evitare di sovraccaricarsi.
Una cosa evidente e con uno sviluppo rapido e tangibile è facilmente riconoscibile, tutto il resto lo ignoriamo, importante o no che sia. Difatti, presi naturalmente dalle nostre vite, non ci siamo accorti di essere entrati in una nuova era geologica: l’Antropocene. Dal greco antropos, cioè umano, perché definisce l’epoca geologica nella quale l’ambiente terrestre, inteso come l’insieme delle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche in cui si svolge ed evolve la vita, è fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana”.
Da cosa possiamo accorgercene? Basta prendere in considerazione alcuni parametri come la deforestazione, la cattura incontrollata di pesci, la concentrazione di Co2 o metano nell’atmosfera, le estinzioni delle specie ed osservare la loro curva. Tutte iniziano a salire a picco dagli anni ’50 in poi:

IPCC, 2013 CAMBIAMENTI CLIMATICI E GAS SERRA – OASI (RSE-WEB.IT
Let the environment guide our development | Johan Rockstrom – YouTube
he Sixth Mass Extinction is Real and Caused by Us – New Research – Heart of Borneo Project – Heart of Borneo Project



La nostra civiltà è apparsa dopo l’ultima glaciazione e l’inizio dell’Olocene, il periodo geologico innescatosi 10.000 anni fa caratterizzato da un clima stabile e più caldo.
Nel momento in cui vi fu stabilità ambientale diventammo sedentari, iniziammo a lavorare nei campi dopo aver scoperto l’agricoltura ed imparammo a domesticare animali e piante.
Costruimmo villaggi e città per poi farle diventare le grandi metropoli che conosciamo oggi, evolvendoci sempre più velocemente.

Nello spazio temporale di una vita umana, partendo da circa gli anni ’50, un punto invisibile sulla linea del tempo, abbiamo trasformato radicalmente lo stile di vita ed i consumi di una grande fetta d’umanità: i nostri nonni non avevano una televisione da bambini ma uno smartphone da anziani. Una generazione ha visto i muli da traino ed i voli low cost. Le merci quintuplicarsi ed i mestieri entrare nel sistema industria. Le merci provenire quasi esclusivamente dal sistema industria. Anche gli ospedali sono diventate aziende. Abbiamo iniziato ad estrarre i fossili per trasformarli in energia e al loro posto abbiamo messo rifiuti non compostabili. Siamo state le prime generazioni a mangiare frutta e verdura in quantità e in qualsiasi stagione dell’anno e nello stesso piatto carne tutti i giorni. Ci possiamo fare una doccia calda e lavare i panni in lavatrice e i piatti in lavastoviglie, avere un’infinità di vestiti a basso costo. Se abbiamo una domanda ci sono dei motori di ricerca per trovare l’informazione. Possiamo connetterci virtualmente.

La sicurezza economica e la scolarizzazione facilitarono lo stabilirsi di diritti civili ed ecco lì che la ricetta per l’abbondanza di una parte della civiltà fu scritta ed attuata.
Tuttavia, quando fu deciso il tipo di energia da usare per produrre tutta questa abbondanza si volle puntare su energie esauribili e inquinanti, invece che su energie pulite come suggerito da qualcun altro, https://84ground.com/la-chemiurgia-non-abbiamo-bisogno-di-inquinare mettendo, di fatto, al periodo di abbondanza una data di scadenza.

Prendiamo ad esempio un settore come quello agricolo, che dovrebbe assorbire la Co2 grazie alle piante coltivate. In realtà rappresenta più un quarto delle emissioni totali di gas serra, mentre negli anni ’90, per produrre cibo, serviva emettere in atmosfera il 44% delle emissioni totali di gas serra antropici.
Per il mercato attuale i prodotti con un elevato impatto sul pianeta sono quelli che costano di meno.
Where do greenhouse gas emissions come from? | University of California
FAO: I sistemi alimentari contribuiscono per oltre un terzo alle emissioni mondiali di gas a effetto serra – UNRIC Italia


Gli oceani ricoprono i due terzi del nostro pianeta, producono la metà dell’ossigeno che respiriamo, definiscono il clima e ci danno lavoro, cibo e medicine.
Una delle funzionalità naturali degli oceani è assorbire il 25% della Co2 in atmosfera e restituire il 50% dell’ossigeno che respiriamo.
Masterclass – Come stanno i mari? – Fondazione Giangiacomo Feltrinelli (fondazionefeltrinelli.it)
Aumentando le emissioni di Co2 nell’atmosfera, sono aumentate anche le particelle assorbite dagli oceani, portandoli ad essere sempre più acidi.
Dall’epoca preindustriale a oggi l’acidità degli oceani è aumentata del 26%. Questo tasso di acidificazione è 10 volte più rapido rispetto a tutte le altre acidificazioni che sono avvenute negli ultimi 55 milioni di anni.
L’aumento dell’acidità degli oceani provoca la diminuzione degli ioni di carbonato nell’acqua, necessari agli animali marini col guscio, ai coralli e ad alcuni plancton a creare la propria struttura.
Inizialmente queste specie avranno difficoltà a creare i propri gusci, a fine secolo sarà l’acqua stessa e la sua composizione a scioglierli.
Si è calcolato che se a fine secolo continuassimo ad emettere nell’aria la quantità odierna di gas serra, l’acidità degli oceani aumenterà del 170%.
Ocean acidification – the evil twin of climate change | Triona McGrath | TEDxFulbrightDublin – YouTube


E per continuar a rigirar il dito nella piaga, visto che gli oggetti hanno una vita più lunga della nostra ci sono 6 isole di plastica in giro per gli oceani.
Le 6 isole di plastica più grandi al mondo – Corriere.it


Dal momento che abbiamo un problema chiamato “plant blindness” – non vedere le piante, un bias cognitivo che non ci fa notare le piante e non ci fa riconoscere la loro importanza – ignoriamo il fatto che l’ecosistema nella quale viviamo ha una struttura ben definita, con scambi chimici, cicli naturali e leggi fisiche, chimiche e biologiche indispensabili all’ambiente per creare le condizioni necessarie alla sopravvivenza umana.
Se per produrre ciò di cui hai bisogno aggiungi gas serra a quelli già presenti in natura, gas che servono a mantenere il pianeta caldo, e rilasci in 150 anni 140.000 particelle chimiche, tossiche e persistenti, alcuni di sintesi, altri liberati nell’atmosfera come il mercurio.


Se usi più risorse rispetto a quelle che il pianeta ti può dare, per rigor di logica, prima o poi una conseguenza la dovrai vivere.

È difficile e faticoso pensare a questa eventualità durante la routine, di conseguenza la ignoriamo.

August 14, 2018 Trajectories of the Earth System in the Anthropocene | PNAS

L’umano, con i propri costrutti, riesce a vivere parallelamente al pianeta che abita. La maggior parte degli umani, infatti, vive sul cemento. Spesso non ha un contatto giornaliero con la natura a causa della mancanza di verde nelle città. Estrae ed usa ciò che gli serve dalla terra sentendo solo le proprie necessità, e dall’inizio della rivoluzione industriale e dall’uso del petrolio, gli umani hanno assorbito un sistema diverso da quello tipicamente circolare della natura.
Per poco più di un secolo abbiamo giovato di tutto questo sistema, ma come l’energia che è stata scelta per la nostra prosperità, se rimangono queste le regole del gioco, anche la nostra sopravvivenza su questo pianeta avrà un limite.
Questo non è un problema come la crisi economica o il lavoro precario. In questo caso la soluzione non si può rimandare all’infinito. La natura ci mette a disposizione un tempo limitato nella quale ridimensionare l’impatto che abbiamo su di lei. Superato quel limite, la natura inizierà a dissestarsi per cercare un nuovo equilibrio e noi potremo solo osservare e subire questo processo, o per meglio dire, i bambini di oggi ed i loro figli.

Stability landscape showing the pathway of the Earth System out of the Holocene and
thus, out of the glacial–interglacial limit cycle to its present position in the hotter
Anthropocene. Will Steffen et al. PNAS doi:10.1073/pnas.1810141115

Il primo avvertimento sul pericolo delle emissioni in atmosfera lo abbiamo avuto nel 1896 dal premio Nobel per la chimica Svante Arrhenius. Poi, nel 1972, il Club di Roma commissionò al MIT uno studio sull’impatto umano nel proprio ecosistema chiamato “The Limits to Growth”, “Rapporto sui limiti dello sviluppo” in italiano. In sintesi, lo studio ha scoperto che se l’attuale tasso di crescita della popolazione, dell’industrializzazione, dell’inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse continuerà inalterato, i limiti dello sviluppo su questo pianeta saranno raggiunti in un momento imprecisato entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un improvviso ed incontrollabile declino della popolazione e della capacità industriale.
http://www.portaledellasostenibilita.eu/index.php?option=com_content&task=view&id=346&Itemid=62
Le reazioni a questo studio le potete leggere in questo link LIMITI_SVILUPPO_lezione.pdf (treccani.it). Dopo essere andati nel link cliccate su CTRL+f e digitate “le critiche e il dibattito”.

Da quel momento fino ad oggi le pubblicazioni e gli avvertimenti sullo stato di salute del nostro ecosistema sono diventati milioni ma l’economia e la politica hanno continuato a fare orecchie da mercante, trascinando e acutizzando il problema fino ad oggi, ed ora, che è il 2022 e la questione non è più ignorabile, la politica si è riunita più volte per sottoscrivere obiettivi futuri incoraggianti, ma non ancora trasferiti nella pragmaticità. L’ONU ha dichiarato che gli obiettivi sul clima stanno “lasciando il mondo sulla strada di un aumento della temperatura di almeno 3,2 gradi entro la fine di questo secolo”. La fine del secolo sarà quando i bambini di oggi avranno 70/80 anni.

Visto che è stata posticipata troppe volte e troppo a lungo la soluzione di questo problema, la mia è diventata l’ultima generazione a poter scegliere se vivere in un ambiente compatibile con la nostra vita o consumare le ultime risorse del Pianeta non lasciando nulla alle prossime generazioni, e mandando in malora migliaia di anni di evoluzione umana. Queste le parole del Segretario generale delle Nazioni Unite nel settembre del 2018: “Se non cambiamo rotta entro il 2020, rischiamo di perdere il punto in cui possiamo evitare che il cambiamento climatico diventi incontrollato, con conseguenze disastrose per le persone e tutti i sistemi naturali che ci sostengono”.
Secretary-General’s remarks on Climate Change [as delivered] | United Nations Secretary-General

“The wedding cake” – organizzazione gerarchica dei Sustainable Development Goals
(SDGs) – Da Johan Rockström and Pavav Sukhdev – Stockholm Resilience Centre

Alla fine è solo questione di interessi. Un problema matematico e di volontà. Per fortuna i ricercatori ne hanno tanta.
Un gruppo di 30 scienziati hanno elaborato il grafico dei “9 limiti planetari” entro i quali le persone possono vivere e realizzarsi senza il pericolo di dissestare il proprio habitat naturale. Questo team ha esaminato numerosi studi interdisciplinari sui sistemi fisici e biologici della Terra ed ha individuato nove processi ambientali che potrebbero alterare drasticamente le capacità del pianeta di sostenere la vita umana. Per ciascuno di questi processi sono stati stabiliti limiti all’interno dei quali l’umanità può ritenersi al sicuro. Sette di essi hanno valori di soglia molto chiari, definiti in maniera scientifica per mezzo di un numero: cambiamento climatico, perdita di biodiversità, inquinamento da azoto e fosforo (riuniti sotto un’unica voce poiché tendono a verificarsi insieme), riduzione dell’ozono della stratosfera, acidificazione degli oceani, consumo globale di acqua dolce e uso globale del suolo. Gli altri due processi, inquinamento dovuto all’aerosol atmosferico e inquinamento chimico globale non sono stati studiati a sufficienza per stabilire limiti numerici precisi.
slide_16_limiti_per_un_pianeta_sano.pdf (manitese.it)

clicca sull’immagine

La conferenza di Yalta

Terza riunione al palazzo Livadia, 6 febbraio 1945

Verbali della conferenza di Yalta tratti dal libro “Da Teheran a Yalta (Verbali delle conferenze dei capi di governo della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale)”, Churchill, Roosevelt, Stalin.
Di seguito si potrà leggere parte della discussione sull’organizzazione internazionale di sicurezza (futuro ONU) tra Roosevelt, Churchill, Stalin ed i loro ministri.

1997: Project for the new American Century, l’istituto di ricerca neoconservatore

Che cosa fa un istituto di ricerca? Pubblica articoli, studi o progetti di legislazione su particolari questioni politiche o sociali. Dopodiché, queste informazioni vengono utilizzate da governi, aziende, organizzazioni dei media, movimenti sociali o altri gruppi di interesse per il conseguimento di un fine. In pratica, un gruppo di intellettuali, politici o imprenditori hanno un obiettivo da raggiungere, gli istituti di ricerca creano teorie e strategie da seguire.

Di esempi a dimostrazione dell’utilità degli istituti di ricerca ce ne sono stati molti nel XX secolo: Il “Team B”, citato sopra, ha fatto lavoro di ricerca per una guerra fredda più aggressiva, l’Heritage Foundation, American Enterprise Institute, il Cato Institute sono serviti per promuovere gli ideali conservatori nella società americana ed ammorbidire l’allarmismo rispetto all’inquinamento ambientale, portando nella dialettica mediatica la sostituzione del termine “riscaldamento globale” con “cambiamento climatico”, mentre nel 1997 il movimento dei neoconservatori fondava il “Project for the New American Century” (Pnac).

Questo istituto di ricerca serviva a ribadire ciò che i padri fondatori neoconservatori già avevano dichiarato negli anni precedenti:

“Dobbiamo aumentare significativamente la spesa per la difesa se vogliamo svolgere le nostre responsabilità globali oggi e modernizzare le nostre forze armate per il futuro; dobbiamo rafforzare i nostri legami con gli alleati democratici e sfidare i regimi ostili ai nostri interessi e valori; dobbiamo promuovere la causa della libertà politica ed economica all’estero; dobbiamo accettare la responsabilità del ruolo unico dell’America nel preservare ed estendere un ordine internazionale favorevole alla nostra sicurezza, alla nostra prosperità e ai nostri principi. Serve un esercito forte e pronto ad affrontare le sfide presenti e future; una politica estera che promuova coraggiosamente e intenzionalmente i principi americani all’estero e una leadership nazionale che accetti le responsabilità globali degli Stati Uniti”.

Le finalità del Pnac erano quelle di stabilire chiaramente quando e come gli Stati Uniti sarebbero stati chiamati a sostenere la democrazia al di fuori del proprio territorio, e quali effetti ciò potesse avere sull’equilibrio geopolitico. A tal fine, questa organizzazione si impegnava a promuovere la democrazia nel mondo attraverso pubblicazioni, conferenze, seminari e incontri sulla politica estera, per favorire la nascita di una nuova classe dirigente capace di una presa di coscienza e di una responsabilità politica più attente alla dimensione etica dell’agire americano nel mondo e raccogliere sostegno per la leadership globale americana.

L’ascendente di questa organizzazione fu decisamente ampio e andò ben oltre la galassia neoconservatrice. Collaborarono ai suoi lavori, o firmarono position papers e missive indirizzate al mondo della politica, personaggi provenienti da diversi schieramenti: a destra, i cosiddetti “falchi” unilateralisti come Dick Cheney e Paul Wolfowitz, da sempre sostenitori dell’eccezionalità americana e di un unipolarismo aggressivo in ambito internazionale; così come i realisti pragmatici, come Condoleezza Rice, Richard Armitage e Colin Powell, i quali ribadivano la necessità di interventi mirati volti a tutelare gli interessi economici e la sicurezza dell’America sulla scena globale. Anche dagli indipendenti, e persino da alcuni liberali, giunse in maniera ufficiosa l’appoggio all’unipolarismo così come formulato dal Pnac: personaggi di spicco sostennero la necessità di esercitare la potenza americana per il bene degli Usa e del mondo.

‎Il primo ordine del giorno del PNAC era l’Iraq, che, come scrisse George Packer nel suo libro del 2005 ‎‎The Assassins’ Gate,‎‎sarebbe servito “come banco di prova per le idee [neoconservatrici] sul potere americano e sulla leadership mondiale“.
Sconvolti per il fallimento del primo presidente Bush nel cacciare Saddam Hussein, i neoconservatori si erano a lungo agitati per un’azione più aggressiva degli Stati Uniti, scrivendo numerosi articoli sull’argomento, creando gruppi di pressione come il Comitato per la Pace e la Sicurezza nel Golfo (i cui membri includevano Abrams, Khalilzad, Perle, Rumsfeld, Wolfowitz, ‎‎Douglas Feith,‎‎ ‎‎John Bolton‎‎e ‎‎David Wurmser)‎ ‎ed attirando altre fazioni dell’establishment repubblicano alla causa.
In Iraq, il PNAC e i suoi alleati apparentemente videro l’opportunità di raggiungere due obiettivi separati ma correlati: mostrare al mondo che gli Stati Uniti erano la potenza globale dominante intraprendendo, nelle parole di ‎‎Charles Krauthammer,‎‎ “una ristrutturazione del panorama politico mediorientale lungo linee coerenti con la visione dei neoconservatori per la sicurezza israeliana”, che avevano delineato in numerosi documenti già dalla metà degli anni 1990.
(Institute for Advanced Strategic and Political Studies, “A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm,” 1996, which argued that “removing Saddam Hussein from power in Iraq [is] an important Israeli strategic objective in its own right.”)

‎Nel gennaio 1998, il PNAC pubblicò una lettera aperta al presidente Bill Clinton sostenendo che il “contenimento” dell’Iraq “si è costantemente eroso”, mettendo a repentaglio la regione. “Data l’entità della minaccia, l’attuale politica, che dipende per il suo successo dalla fermezza dei nostri partner della coalizione e dalla cooperazione di Saddam Hussein, è pericolosamente inadeguata”.

‎Il PNAC seguì pochi mesi dopo con una lettera aperta al leader del Senato Trent Lott (R-MS) e al presidente della Camera ‎‎Newt Gingrich‎‎ (R-GA), sostenendo che “l’unico modo per proteggere gli Stati Uniti e i loro alleati dalla minaccia delle armi di distruzione di massa è mettere in atto politiche che porterebbero alla rimozione di Saddam e del suo regime dal potere“.
Letter to President Clinton on Iraq (archive.org)

Gli anni ’90 all’opposizione

Nell’ultimo decennio del ventesimo secolo i neoconservatori fremevano: le aspettative e le ambizioni erano tante, ma i governi in carica (Bush senior e Clinton) non agivano come speravano.

I “padri fondatori” della filosofia neocons, quella filosofia che pretendeva una politica estera spregiudicata, quella con una fiducia quasi illimitata nella potenza americana, convinta che l’applicazione del potere degli Stati Uniti in ambito internazionale porti necessariamente al bene dell’America, e nella maggioranza dei casi anche al bene per il resto del mondo, erano risentiti.
In merito al dibattito riguardante la missione americana nel mondo, un’importante commento lo diede Irving Kristol, il ‎giornalista soprannominato il “padrino del ‎‎neoconservatorismo”: come fondatore, editore e collaboratore di varie riviste, ha svolto un ruolo influente nella cultura intellettuale e politica dell’ultima metà del XX secolo.‎‎ Dopo la sua morte, fu descritto dal ‎‎ ‎‎Daily Telegraph‎‎ ‎come “l’intellettuale ‎‎pubblico‎‎ più importante della seconda metà del ventesimo secolo”
Irving Kristol’s gone – we’ll miss his clear vision – Telegraph (archive.org).‎

Era il 1996 quando Kristol si chiese dove potesse celarsi il nuovo nemico degli Stati Uniti, quel nemico che avrebbe dovuto unire tutti i fronti politici affinché rispondessero alla chiamata del destino. Non senza una nota provocatoria, si augurava l’apparizione di un nemico minaccioso, dalla connotazione ideologica netta ed incontrovertibile, un nemico all’altezza dell’America insomma, che finalmente avrebbe unificato il paese portandolo all’azione. (I. KRISTOL, A Post-Wilsonian Foreign Policy, «The Wall Street Journal», 2 agosto 1996.
A Post-Wilsonian Foreign Policy – WSJ)

Era il periodo dell’apparizione degli “stati canaglia”. Come descrissero Gary Schmitt e Robert Kagan (inutile dirlo, neoconservatori anche loro) una volta venuto meno il deterrente della guerra fredda, erano ora “liberi di perseguire i propri obiettivi in regioni di importanza strategica per gli Stati Uniti ed i loro alleati”. (R. KAGAN e G. SCHMITT, Now May We Please Defend Ourselves? «Commentary », luglio 1998.)

Nel 1998, nella relazione finale della Commission to Assess the Ballistic Missile Threat, un gruppo di esperti – tra cui ancora Paul Wolfowitz, e James Woolsey, Jr. – metteva in guardia l’America verso alcuni “Stati canaglia” che avrebbero potuto sviluppare missili balistici e danneggiare il paese, ed invocava una reazione decisa per anticipare il pericolo e scongiurarlo prima che esso potesse materializzarsi e colpire.
Ma questa volta non ne volevano proprio sapere. Gli appelli di questi uomini politici, così come quelli del neoconservatorismo, non ebbero alcun seguito.
I neocon e l’11 settembre. Una svolta valoriale nella politica estera USA (loccidentale.it)

Era arrivato il momento di instaurare un nuovo istituto di ricerca.

1989: Il crollo del muro di Berlino e del nemico sovietico

L’Unione Sovietica si era sgretolata di fronte al suo ultimo tentativo di espansione. L’Afghanistan aveva inghiottito il nemico degli Stati Uniti concludendo così una guerra che aveva occupato quasi tutta una metà di un secolo. 44 anni di conflitto che divise il mondo in due parti bellicose dove ognuno doveva scegliere da che parte stare. Ora ne era rimasta una sola.

Il nemico che avevano rincorso per tutti quegli anni era crollato e la gigante macchina che alimentava la guerra si era fermata. La potenza rivale non c’era più e gli Stati Uniti avevano di fronte a loro due vie: mantenere i propri confini saldi o allargarli.

Il 18 febbraio del 1992 fu distribuito ai capi militari e civili del dipartimento della difesa un documento denominato “Defense Planning Guidance for the Fiscal Years 1994-1999”, la nuova strategia della difesa statunitense post guerra fredda: uno studio di quarantasei pagine volto ad impedire il nascere di una nuova potenza rivale degli USA. Volto a legittimare la guerra preventiva e promuovere un ruolo di preminenza degli Usa nel mondo.

Questo documento fu scritto su richiesta di Dick Cheney, l’allora segretario della difesa di George H. W. Bush, dalla squadra del Pentagono di Wolfowitz, di cui facevano parte anche Zalmay Khalilzad e Lewis Libby. Tutti e quattro neoconservatori e coinvolti – tranne Khalilzad- nelle vecchie politiche anti-russe.
doc03_full.pdf (gwu.edu)

Ma una fuga di notizie portò il “Defense Planning Guidance” all’attenzione pubblica, suscitando le proteste dell’ala democratica del congresso a causa dei massicci aumenti della spesa pubblica per la difesa.
In seguito alla fuga di notizie, il presidente Bush senior diede alla squadra l’ordine di riscrivere e ammorbidire il documento. Ciò nonostante, la stesura di Wolfowitz rimase in circolazione per parecchie settimane ai vertici più alti del Pentagono, riscuotendo la pubblica approvazione di Cheney e di Colin Powell (all’epoca capo degli Stati maggiori riuniti)
1992 Wolfowitz U.S. Strategy Plan Document (colum.edu)

Coloro che negli anni ’80 erano riusciti ad inasprire i rapporti tra USA e URSS, continuavano a ricoprire i ruoli centrali della politica estera statunitense. La differenza era che il mondo era cambiato, gli Stati Uniti erano diventati una potenza senza eguali, ed ora, chi ne aveva l’ambizione, poteva puntare molto più in alto.

1974 – La presidenza Ford e l’esasperazione del nemico sovietico

Dopo lo scandalo che investì la presidenza Nixon i neoconservatori si ritrovarono un partito repubblicano senza più i loro avversari. Ford fu il presidente che gli successe e fece entrare nella sua squadra uno degli esponenti più attivi dei neoconservatori: Donald Rumsfeld, un nome che sentirete ripetere più volte nei prossimi capitoli.

Da quel momento le teorie neoconservatrici potevano trovare spazio nella pratica, tuttavia, per ridare all’Unione Sovietica quell’immagine di avversario temibile ed avido, non bastavano le conferenze stampa ma servivano documenti e studi per poter avvallare le proprie ipotesi e ribaltare le informazioni della CIA, che descrivevano con tutt’altre parole il nemico russo.

Conferenza stampa di Donald Rumsfeld mentre enfatizza la pericolosità della potenza sovietica. 1976

Nel 1974 Albert Wohlstetter, professore dell’Università di Chicago e figura chiave nella strategia della guerra nucleare e nella riprogettazione della politica estera americana, accusò la CIA di sottovalutare sistematicamente il dispiegamento di missili sovietici, facendo sì che i conservatori iniziassero un attacco sistematico alla valutazione annuale della CIA sulla minaccia sovietica.
Nell’estate dello stesso anno, Wohlstetter scrisse nel giornale neoconservatore “Foreign Policy” un articolo dal titolo “Esiste una corsa agli armamenti strategici?”, concludendo che gli Stati Uniti stavano permettendo all’Unione Sovietica di raggiungere la superiorità militare non colmando il “divario missilistico”. Is There a Strategic Arms Race? on JSTOR

Sotto l’influenza di Rumsfeld, il presidente Ford fondò un istituto privato di ricerca dal nome “Team B Strategic Objectives Panel” con a capo il professore dell’università di Harvard e neoconservatore Richard Pipes. I suoi membri includevano Paul Wolfowitz, ex studente di Wohlstetter all’Università di Chicago e I. Lewis Libby, futuro capo dello staff della vice presidenza di Cheney ed anch’esso neoconservatore.
Paul Nitze, co-fondatore del Team B, aiutò nello stesso periodo a creare il Committee on the Present Danger (CPD) i quali obiettivi erano “aumentare la consapevolezza sul presunto dominio nucleare dei sovietici e di fare pressione sulla leadership americana per colmare il divario”.
Team B Strategic Objectives Panel – Militarist Monitor (militarist-monitor.org).
The B Team (sagepub.com)

Per far sì che il Team B potesse iniziare a lavorare, era necessaria la firma dell’allora direttore della CIA William Colby, che si rifiutò. Come lui stesso ammise: “è difficile immaginare come un gruppo indipendente di analisti ad hoc possa preparare una valutazione più completa sulle capacità strategiche sovietiche di quanto potrebbe fare la comunità dell’intelligence».

Poi il “Massacro di Halloween”‎‎ avvenne. Termine usato dai giornali per descrivere la riorganizzazione del ‎‎gabinetto‎‎ del ‎‎presidente‎‎ ‎‎‎‎Ford, avvenuta‎‎ il 4 novembre 1975.
Fu un tentativo di affrontare i molteplici scontri politici e di personalità di alto livello all’interno dell’amministrazione repubblicana.‎‎ ‎Infatti la leadership del presidente non era salda, pesantemente criticata dal governatore della California ‎‎Ronald Reagan‎‎ e dagli altri astri nascenti dell’ala ‎‎conservatrice‎‎ ‎‎del Partito Repubblicano.‎‎

Donald Rumsfeld passò da capo di gabinetto della Casa Bianca a ministro della difesa e la sua carica iniziale fu assunta da Dick Cheney, personaggio che nel corso del tempo ha fatto le veci dei neoconservatori più agguerriti, futuro vice presidente degli Stati Uniti.
Gli uffici del segretario di Stato e del Consigliere per la sicurezza nazionale, una volta ricoperti da un unico ruolo, furono divisi e Kissinger ne mantenne uno solo. Mentre Colby, il direttore della CIA che si rifiutò di firmare l’inizio dei lavori del “Team B”, fu licenziato e sostituito da George H. W. Bush, che firmò al suo posto.

In riferimento al “massacro di Halloween”, importante da ricordare è la lettera che Donald Rumsfeld, ancora capo di gabinetto, scrisse e spedì al Presidente Ford riguardo la sua problematica di leadership.
24 ottobre 1975: “Signor Presidente, tengo molto a lei come persona e al suo successo. Ho lavorato sodo qui alla Casa Bianca e mi è piaciuto farlo. Ho a cuore il Paese e credo che sia di vitale importanza che lei sia rieletto e che le politiche della sua Amministrazione siano continue. […] So che il morale è basso, ma credo che sia a causa dell’approccio organizzativo che lei ha tollerato. […] Lei deve essere libero di decidere, senza mettere in dubbio le motivazioni di coloro che fanno le raccomandazioni. Siamo convinti che il lavoro di cui avete bisogno non può essere fatto se non avvengono questi grandi cambiamenti. Lei deve essere libero di decidere al di là di qualsiasi relazione personale, compresi noi. Pertanto, le nostre dimissioni sono allegate”.
Pag. 1-2-3 1975-10-24 To Gerald Ford re Re-election and Rumsfeld and Cheney Resignations – Clean Cover Page Version.pdf)
Film documentario The Unknown Known: The Life and Times of Donald Rumsfeld, di Errol Morris, 2013

L’istituto “Team B” iniziò i lavori nel maggio del 1976 e gli esiti della ricerca non furono una sorpresa: secondo il report la CIA sottovalutava costantemente la pericolosità sovietica: “le prove concrete su cui si basano, si riferiscono principalmente alle capacità dell’avversario piuttosto che alle sue intenzioni, alle sue armi piuttosto che alle sue idee, motivi ed aspirazioni”.
9 Team B Panel Report on Soviet Strategic Objectives (degruyter.com)

Secondo il gruppo indipendente di ricerca, la CIA stava preparando gli Stati Uniti alla sconfitta della Guerra Fredda.

Chiaramente il Team B non prese in considerazione le condizioni di declino dell’Unione Sovietica di metà anni ’70, la bassa qualità dei missili, carri armati ed aerei. Non analizzò neppure i problemi di alcolismo e defezione che stava vivendo l’armata russa. Il loro unico obiettivo era mostrare all’amministrazione americana che di fronte a loro c’era un nemico da dover combattere, e ci riuscirono. L’istituto di ricerca privato riuscì a modellare la visione dei repubblicani sulle azioni da dover prendere nei confronti dell’Unione Sovietica, in barba alle informazioni raccolte da un organo autorevole come quello della CIA. Infatti quando il successivo presidente repubblicano – Reagan – salì alla presidenza, i toni più che esser caldi ardevano: il blocco sovietico fu definito dal nuovo presidente “l’impero del male” ed il conflitto tra le due potenze era diventato “tra democrazia e comunismo, elezioni e dittatura, libertà e tirannia. Tra la luce della libertà e le tenebre dell’oppressione”. Crearono un clima così pieno di tensione che fu necessario dare a quel periodo storico un nuovo nome: “la Seconda Guerra Fredda”.

La seconda guerra fredda (geo.tesionline.it)

Musica per le orecchie dei neoconservatori, che nel tanto erano riusciti a far guadagnare ai repubblicani una valanga di voti grazie all’alleanza con la destra religiosa, in cambio di ruoli nell’amministrazione governativa di Reagan: Paul Wolfowitz era stato messo a capo della segreteria relazioni estere della Casa Bianca, mentre Richard Pearl diventava vice ministro della difesa.

Che abbiano realmente influenzato il governo USA o no, la politica estera stava viaggiando, in linea di massima, come teorizzato dai primi neoconservatori, trainata dalla lotta del bene contro il male, e da un budget del Pentagono sempre più alto.

Tuttavia, la guerra dura finché hai un nemico da combattere.



La P2 è stata una loggia massonica segreta ed eversiva, attiva in Italia durante la Guerra Fredda. Una rete di uomini agli alti vertici delle istituzioni italiane che si sono serviti del proprio ruolo nello Stato per perseguire gli obiettivi della loggia.
Legata agli eventi più oscuri della storia italiana di metà ‘900 – dalla strage di Bologna, al rapimento ed esecuzione dello statista Aldo Moro, dal golpe Borghese, fino ad arrivare ai legami con la malavita italiana, componenti del Vaticano e servizi segreti italiani e di paesi esteri – nel 1981 fu scoperta la lista degli iscritti lunga 962 nomi.
Nell’immagine, l’elenco delle cariche italiane coinvolte nella P2, testimoniate nel libro “Italia Occulta” di Giuliano Turone, il magistrato che dispose la perquisizione domiciliare di tutti i recapiti noti di Licio Gelli, “maestro venerabile” della loggia massonica P2.
La loggia massonica riuscì, attraverso questa strategia, a prendere le redini dello Stato e a deviare a proprio piacimento un pezzo di storia della Repubblica italiana.

QUESTA NON CHIAMATELA DEMOCRAZIA

NEOCONS – IL TEMPO NON MENTE MAI

Gli anni a cavallo tra il 1960 e il 1970

Gli anni ’60 furono caratterizzati dalla messa in discussione della morale e dei principi che fino a quel momento avevano caratterizzato la società civile e del ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Chi fino a quel momento non aveva avuto diritto all’autodeterminazione, chi era stato segregato sin dalla nascita, si rifiutò di continuare a vivere in quelle condizioni: femministe ed attivisti per i diritti degli afroamericani iniziarono a far sentire la loro voce e a manifestare per una nuova visione della vita e della società.

Erano gli anni del divorzio, della pillola contraccettiva e della guerra in Vietnam. Una guerra disastrosa che provocò la morte di migliaia di soldati statunitensi, 30.000 già nel 1968.
Quando una guerra si perde mostra a chiunque la sua brutalità, difatti nacquero in tutto il paese gruppi pacifisti che misero in dubbio le guerre per la “libertà” degli Stati Uniti. Gruppi che si diffusero a macchia d’olio davanti ai consolati USA di tutto il mondo, al grido “Yankee go home”. Martin Luther King, che in quel periodo aveva radunato in piazza più di 200.000 persone, definiva la guerra “il vero nemico dei poveri” e migliaia di giovani disertarono, rifiutandosi di combattere la guerra in Vietnam.
La contestazione della guerra del Vietnam (storicamente.org)

La Guerra Fredda non poté che subire un freno. Dopo venti anni di conflitto tra Stati Uniti ed Unione Sovietica gli obiettivi delle due potenze non risiedevano più nella sola aggressione reciproca, ma anche in accordi bilaterali. Il primo fu sul disarmo nucleare, mentre nel giugno del 1963 fu instituita una linea telefonica permanente tra Casa Bianca e Cremlino per la gestione delle emergenze. Nel 1967 firmarono il “Trattato sullo spazio extra-atmosferico” che vietava l’uso dello spazio per fini nucleari, mentre nel 1968 il trattato riguardava lo stop alla proliferazione delle armi nucleari nel mondo.

Le condizioni sociali e politiche degli anni ’60 stavano portando ad una nuova visione delle persone, basate sui diritti dell’individuo e la libertà d’essere, contro i precetti religiosi e tradizionali. La politica iniziò a preferire le relazioni bilaterali e le persone non erano più interessate ad un conflitto tra due blocchi, in un mondo che stava diventando sempre più complesso.

Non tutti, però, avevano intenzione di accettare questi cambiamenti. All’interno del partito che appoggiava (moderatamente) le rivoluzioni civili e le distensioni dei rapporti con l’URSS – il partito democratico – insorse un gruppo di suoi componenti e sostenitori, i quali ritenevano inaccettabile tenere dei rapporti pacifici con la Russia comunista. Per loro la guerra fredda rappresentava innanzitutto uno scontro tra “civiltà e barbarie, libertà e schiavitù”.

(V. GOSSE, A Movement of Movements. The Definition and Periodization of the New Left,in J.C. AGNEW–R. ROSENZWEIG(eds), A Companion to Post-1945  America, Malden Mass., Blackwell, 2002, pp. 277-302. Si veda inoltre M. KAZIN –M.ISSERMAN, America Divided: The Civil War of the 1960s, Oxford, Oxford University Press, 2000).

Chi sosteneva un inasprimento delle relazioni con la Russia si scinse dal partito democratico per migrare verso i repubblicani, più vicini al loro pensiero.
Questo gruppo di politici, unito con intellettuali, giornalisti, analisti e funzionari, si definirono tra la fine degli anni ’60 e gli inizi dei ‘70 “neoconservatori”. I nuovi conservatori, il quale pensiero si ispirava al filosofo Leo Strauss, colui che vedeva nella libertà individuale il declino della società e del suo funzionamento, convinto che “la crisi dell’Occidente derivi dalla sua incertezza rispetto al suo scopo”.

Il pensiero neoconservatore nacque nelle università, si diffuse tra i suoi studenti e superò i confini accademici attraverso le riviste fondate dai suoi più illustri portavoce: Irving Kristol, che  come  pochi  altri  può  ambire  al  ruolo di Padre del neoconservatorismo statunitense, fondò il Public Interest proprio nel 1965 con l’iniziale obiettivo di  riaffermare  un  approccio  pragmatico,  empirico  e  liberale  in  contrapposizione all’utopismo ideologico (e intrinsecamente pericoloso) di cui sarebbe caduto vittima il Partito Democratico.
/neoconservatori
10189-Articolo-33838-3-10-20191223 (2).pdf

Intellettuali e giornalisti affascinarono con la loro visione degli Stati Uniti e del loro ruolo nel mondo uomini della politica e dell’amministrazione, che cercarono di riportare nel concreto le loro teorie, soprattutto nel campo della politica estera.

Servì qualche anno per vedere i membri neoconservatori scalare le vette dei governi statunitensi, fino a riuscire a ricoprire i più alti ruoli decisionali (vice presidente, ministro e viceministro della difesa, giusto per citarne alcuni) e vedere esaudire il loro sogno neoconservatore.

Il nostro viaggio temporale, e la loro scalata, inizia negli anni ’70.