La chemiurgia

C’era una volta, sfortunatamente, in una realtà molto molto lontana, un movimento di persone che voleva portare nel mondo industrializzato l’uso della “chemiurgia“.

La chemiurgia è una branca dell’industria e della chimica applicata che si occupa di trasformare materie vegetali in prodotti industriali, come l’olio di soia in vernici, l’olio di arachide in lubrificanti e ingredienti per inchiostri, la canapa in plastica, carta, carburante ecc. In poche parole, un’industria le cui materie prime hanno minimo impatto sull’ambiente.

Era il 1934 quando il chimico William J. Hale pubblicò il saggio “The Farm Chemurgic”, nel quale suggeriva agli agricoltori di non concentrarsi solo sull’aspetto alimentare del loro lavoro, ma di produrre anche materie prime naturali come cellulosa, amido, lignina.

https://www.abebooks.com/first-edition/Farm-Chemurgic-Farmward-Star-Destiny-Lights/30321913264/bd

William J. Hale coniò il nome “Chemiurgia” ma tanti altri personaggi dell’epoca furono affascinati da questa idea. George Washington Carver, un agronomo afroamericano nato nella fine dell’Ottocento da genitori schiavi, brevettò nei laboratori del Tuskegee (Alabama) centinaia di prodotti commerciali analizzando la composizione dei semi e delle varie parti delle piante. Per esempio, scoprì che dal guscio delle arachidi era possibile ottenere dei pannelli adatti per l’edilizia e che le proteine dell’arachide potevano essere trasformate in fibre.
Lo sfruttamento delle risorse agrarie in materie industriali poteva essere la risposta alla grande crisi degli anni Trenta, dove i granai erano pieni di prodotti invenduti e milioni di agricoltori ridotti in miseria.

http://www.smartcityvolterra.com/la-chemiurgia-materie-prime-di-origine-agricola-come-fonte-di-approvvigionamento-per-lindustria/

Al cosiddetto “movimento della chemiurgia” si unì anche l’industriale Henry Ford, sostenuto dall’amico Thomas Edison. Henry Ford, finanziò i primi Convegni del National Farm Chemurgic Council e istituì insieme all’amico Edison vicino a Detroit un centro di ricerca sui prodotti agricoli, chiamato “Edison Institute of Technology”. Uno dei primi e più importanti programmi di studio fu quello riguardante soia e canapa. Il potenziale di quest’ultima è stato più volte citato dal dipartimento statunitense dell’agricoltura, che nel tanto aveva istituito quattro laboratori chemurgici, divenuti i maggiori centri di ricerca e di applicazione dei prodotti agricoli.

 In un’intervista del New York Times nel 1925 Henry Ford dichiarava:

Il carburante del futuro sta per venire dal frutto, dalla strada o dalle mele, dalle erbacce, dalla segatura, insomma, da quasi tutto. C’è combustibile in ogni materia vegetale che può essere fermentata e garantire alimentazione. C’è abbastanza alcool nel rendimento di un anno di un campo di patate utile per guidare le macchine necessarie per coltivare i campi per un centinaio di anni”.

16 anni dopo questa intervista, il colosso dell’automobilistica presentò la “Hemp Body Car”. Una macchina fatta di canapa, composta da plastica in fibre di canapa, più leggera delle classiche auto in acciaio e biodegradabile. Eppure, la vera rivoluzione era rappresentata dal suo carburante: la “Hemp Body Car” era alimentata esclusivamente da canapa distillata (etanolo di canapa), con il minimo impatto sull’ambiente.

https://www.flickr.com/photos/hugo90/4383628868
Ricostruzione moderna della “Hemp Body Car”

Il materiale c’era, le idee e gli studi erano stati fatti. Sembrava che la chemiurgia avrebbe fornito al mondo materie prime rinnovabili, un carburante non difficile da recuperare e un’economia che rispetta non solo i bisogni di chi consuma, ma anche di ciò che lo circonda.

http://www.versilcanapa.it/la-chemiurgia-materie-prime-di-origine-vegetale-come-fonte-di-approvvigionamento-per-lindustria/
https://www.ebay.com/itm/1936-PROCEEDINGS-of-2nd-DEARBORN-CONFERENCE-on-Agriculture-Industry-Science-/352778072771

Tuttavia, di fronte allo sviluppo della chemiurgia si impose il più grande conflitto di interessi che la storia moderna abbia mai vissuto.

Negli Stati Uniti William R. Hearst aveva acquistato migliaia di ettari di foresta da legname per destinarli alla produzione dei suoi sempre più popolari giornali. Con il possibile ritorno della carta da canapa, il suo impero sarebbe crollato in giro di poco tempo. Un altro importante personaggio dell’industria che si sentiva minacciato dal ritorno della canapa, era Lammot Dupont, proprietario dell’omonima industria chimica. All’epoca aveva ottenuto una serie di brevetti per produrre nylon e altre fibre sintetiche.

Lammot Dupont
https://it.findagrave.com/memorial/99331813/lammot-dupont

Il finanziatore di entrambi era l’importante banchiere Andrew Mellon, proprietario anche della Gulf Oil. Oltre al rischio economico per le più importanti compagnie petrolifere americane, c’era la nascente industria farmaceutica, finanziata da J.D. Rockefeller (proprietario anche della Standard Oil) e Andrew Carnegie. Ambedue i personaggi si batterono per soppiantare nella farmacopea tutte le cure naturali a base di erbe, soprattutto la cannabis, per sostituirli con prodotti sintetici.

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Tutti questi personaggi avevano il comune obiettivo di sbarazzarsi di questa pianta nel più breve tempo possibile. Per loro fortuna Andrew Mellon ricopriva anche l’incarico di Segretario del tesoro statunitense e poté nominare responsabile dell’ufficio narcotici il suo futuro genero Harry J. Anslinger, già agente federale durante il proibizionismo.
Hearst prestò i suoi giornali per diffondere una campagna di terrore contro la canapa, associandola a siringhe, a “strane orge”, “feste selvagge”, “passioni sfrenate”, alla pazzia e alla miseria. La campagna continuò in televisione con le pubblicità progresso sostenute da Aslinger:

Una sigaretta di Marijuana può rendere la sua vittima assuefatta in poche settimane, portando alla rovina fisica e morale fino alla morte. La verità è che ogni spinello porta a immoralità e perversioni bestiali, brutalità, omicidi, crimini sessuali, follia o suicidi”.

Inoltre, durante la campagna di terrore contro questa pianta, non fu mai usato il nome “canapa” ma marijuana, termine usato dai messicani, che portò ad una distrazione dell’opinione pubblica verso il loro obiettivo perchè cavalcava gli aspetti razzisti e xenofobi del tempo.

Questa campagna mediatica culminò con il “Marihuana Tax Act”, che diede il via al proibizionismo nei confronti del commercio, dell’uso e della coltivazione della canapa, anche se il composto psicotropo (THC) si trova solo nel fiore.
La maggior parte dei senatori e deputati che votarono la legge non sapevano che marijuana e canapa fossero la stessa pianta.

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Ma non bastò proibirla solo negli Stati Uniti: durante gli anni ’60 e ’70 l’iniziativa di Anslinger fu portata direttamente alle Nazioni Unite dove fu firmata e promulgata la “Convenzione unica sugli stupefacenti”, portando di fatto, in pochi anni, alla proibizione in quasi tutto il globo.

La chemiurgia sparì e con la morte di Ford anche la “Hemp Body Car”. Il carburante a base di canapa fu screditato dalle industrie petrolifere, facendone svanire il suo sviluppo.

Sono passati 82 anni da quella legge e ormai della canapa conosciamo solo i fiori e i suoi effetti psicotropi. L’industria e l’uso di materie prime si sono sviluppati in altri settori, coinvolgendo quasi esclusivamente l’impiego di materie sintetiche, derivati del petrolio e combustibili fossili, difficili se non a volte impossibili da smaltire.

90 milioni di barili al giorno servono al mondo per far funzionare macchine, produzione e commercio. Per recuperarlo serve bucare lo strato superiore della crosta terrestre ed estrarre il petrolio, che si trova in zone ben precise del mondo. Non sono pochi i conflitti che sono scoppiati tra Paesi per il suo controllo.

In questi anni hanno continuato a ignorare gli studi degli anni ’30 che suggerivano l’impiego delle fibre vegetali per la plastica. Oggi milioni di prodotti sono a base di plastica sintetica. La maggior parte di oggetti che contengono o proteggono un prodotto è fatto di plastica derivata dal petrolio. Come per esempio i contenitori del cibo. Biscotti, patatine, yogurt, carne, verdura, cibi congelati, acqua e molti altri prodotti alimentari hanno delle buste, vaschette, bottiglie fatte di plastica.

La plastica ha bisogno di additivi per ottenere delle caratteristiche ben precise, come per esempio la colorazione, l’antiossidante, l’assorbimento di raggi violetti ecc.
Questi solventi e coloranti, però, possono migrare in ciò che riveste, quindi in ciò che mangiamo.

L’Unione Europea ha stabilito la dose giornaliera che può tollerare il corpo di un adulto di 60 kg. Ma per i più piccoli?
Prendiamo per esempio gli “ftalati”, sono degli additivi che servono alla plastica per renderla più flessibile, ma anche degli inquinanti organici persistenti e, secondo la Endocrine Society, degli interferenti endocrini. Vuol dire che questa sostanza viene riconosciuta dal corpo come ormone estrogeno, creando scompiglio nel suo sistema. Per esempio, c’è il rischio di un’alterazione della ghiandola mammaria, fattore che predispone al cancro al seno, mentre nelle donne incinte questa sostanza può alterare lo sviluppo del feto maschile già nell’utero bloccando le funzioni del testosterone.

Un altro interferente endocrino contenuto nella plastica è il “bisfenolo a”.  Viene prodotto in Olanda nella più grande raffineria di Europa che fa capo alla Shell. Il bisfenolo a è stato incriminato per l’aumento delle malattie cardiovascolari, diabete e obesità, problemi di riproduzione maschile e disturbi del comportamento e fa diminuire la produzione di testosterone. Un’altra è la “formaldeide”, una sostanza presente nei piatti per bambini (quelli di plastica dura), che provoca linfomi e leucemia.


Il PFOA è una sostanza presente nelle padelle “in pietra” (nient’altro che padelle classiche con un rivestimento antiaderente). È stato fatto uno studio su una cittadina di 60.000 mila persone vicino allo stabilimento della Dupont (una delle industrie responsabili del proibizionismo della canapa), che usava il PFOA per produrre il TEFLON, un famoso antiaderente. A fine studio sono stati riscontrati 6 malattie ricollegabili a questa sostanza: colesterolo alto, colite ulcerosa, disfunzioni alla tiroide, cancro ai testicoli, ai reni e ipertensione gestazionale.

La Dupont è stata accusata di aver contaminato le acque della cittadina con il PFOA e condannata a risarcire 5 milioni di dollari un uomo che aveva contratto il cancro ai testicoli.

ll PFOA è una sostanza persistente che non degrada nell’ambiente e non viene distrutta né all’interno del corpo umano né dal sole, per questo non rappresenta solo una minaccia per la salute dell’uomo, ma per l’intero ecosistema. Green Peace ne ha trovato traccia sugli appennini (a 2000 m di altezza) nei laghi svizzeri, nei monti della Slovacchia, Russia, Turchia. A quasi 3000 m in Chile, a 5000 m in Cina e vicino al Polo Nord.

Lo smaltimento della plastica sintetica rappresenta un’altra grande fonte inquinante. Nell’oceano Pacifico si trova una chiazza di plastica e microplastiche che si estende su una superficie più grande degli Stati Uniti.

Dopo 82 anni dal conflitto di interessi che ha portato la canapa e la chemiurgia a scomparire nel mondo industrializzato, siamo tutti a conoscenza dei disastri ambientali e sulla salute dell’uomo che le materie sintetiche e fossili hanno provocato.
Tutti gli anni fanno summit sull’ambiente per mostrarci che si stanno occupando del problema, della deforestazione, dell’inquinamento dell’aria, del suolo, dei fiumi, dei laghi e degli oceani, della CO2 e della morte delle api. Ma della rivoluzione verde scoperta negli anni ’30 nessuno se ne vuole occupare.

Peccato che della canapa se ne ricordino solo quando devono incriminare qualcuno che ne ha fumato i suoi fiori.


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FONTI

https://www.collinsdictionary.com/dictionary/english/chemurgy

http://archives.msu.edu/findaid/177.html

http://www.georgofili.info/contenuti/carver-e-la-chemiurgia/393

http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/chemiurgia/

http://www.fondazionemicheletti.it/altronovecento/articolo.aspx?id_articolo=7&tipo_articolo=d_saggi&id=180

https://www.jstor.org/stable/25799400?seq=1#page_scan_tab_contents

https://www.youtube.com/watch?v=TXDg-BhMrjU

https://www.youtube.com/watch?v=5eY65HvDUSY&t=373s

https://www.tgregione.it/bentornata-canapa-seconda-puntata-storia-della-chemiurgia-nascita-del-proibizionismo/

https://www.raiplay.it/video/2016/10/Report-3df5b451-cc2f-4c22-8758-6b92ba9a5744.html

Migranti economici

A 3 km al largo di Dakar, in Senegal, si trova una piccola isola di 36 ettari, chiamata Gorèe.
Con circa 20 minuti di traghetto dalla capitale senegalese, questa piccola striscia di terra, posta nel punto più occidentale della costa africana, offre uno scenario affascinante, caratterizzato da strette viuzze sabbiose prive di automobili e del loro rumore, con architetture che ci riportano al periodo coloniale.
L’atmosfera è magica grazie ai colori pittoreschi delle case che si affacciano su un mare cristallino, contornato da spiagge bianche.

https://www.flickr.com/photos/pennstatelive/8551142583/

Proprio su quelle spiagge, se si continua a percorrere la non tanto lunga costa dell’isola, si può incontrare qualcosa che di febeo ha ben poco.

“Les Maison des Eclaves” (la casa degli schiavi). Un enorme e bellissima casa coloniale dai color pastello, con il cortile e una scala a conchiglia davanti a sé.
Salendo le scale si entra nelle stanze del colono, con terrazzo sull’oceano e una vista paradisiaca. Se invece le scale si scendono, si può camminare tra le celle ormai vuote, destinate un tempo a persone da poter vendere al miglior acquirente. Celle di un metro per un metro e 60 se il prigioniero avesse cercato di scappare.

https://www.flickr.com/photos/jungle_boy/407995318/

Divise per sesso ed età, le persone venivano prelevate nell’entroterra africano, venduti da altrettanto spietati capi villaggio per armi o gioielli. I malati e i meno forti, chi non era stato venduto, era dato in pasto agli squali. Scenario non molto diverso rispetto a genocidi più famosi di questo.
Arrivati alla “Maison des Eclaves”, chi veniva venduto, oltrepassava la “Porta del non ritorno”. Da lì sarebbero salpati sul galeone e avrebbero iniziato la loro nuova vita priva di dignità.

Porta del non ritorno. Isola di Gorée
https://www.flickr.com/photos/25075426@N03/2367321162/

È proprio con la parola genocidio, Maafa in lingua Swahili, che gli abitanti di questa isola definiscono la storia che va dal 1536 al 1848. Il periodo nel quale gli europei avevano trasformato, a loro piacimento, la definizione “scambi commerciali” in “schiavitù”. Il periodo nel quale circa 60 milioni di persone sono state strappate via dal loro villaggio, osservando impotenti rinchiudere moglie da una parte e figli dall’altra, dentro celle anguste, per poter soddisfare i bisogni di ricchi proprietari terrieri che dall’altra parte del mondo avevano conquistato a suon di morte.

https://theculturechronicle.com/hr-40-%E2%80%93-the-study-of-reparations-how-america-remembers-and-defines-african.htm

Nel 1833 la schiavitù venne abolita ma la conferenza di Berlino continuava a vigere sulla vita degli africani. Ora siamo nel 1884 e gli europei discutevano su chi doveva governare quale zona dell’Africa, senza nessun rappresentante africano.
Si spartirono il continente e disegnarono i confini come li conosciamo oggi, tagliando fuori da aree strategiche (vicino a bacini d’acqua ecc.) alcuni popoli e stravolgendo i rapporti tra gli stessi.

Senza dilungarsi troppo, perché tanto ci sarebbe da dire su questo stralcio di storia, l’Africa aveva appena subito una grave carenza di forza lavoro a causa delle massive deportazioni di persone nei campi americani. Gli africani non potevano riunirsi in associazioni per discutere dell’economia, della politica o dell’amministrazione africana perché tutto era in mano alle diverse potenze coloniali dell’epoca. L’unica cosa che gli era permesso fare era produrre per il mercato estero.

Pygmies and a European. Some pygmies would be exposed in human zoos, such as Ota Benga displayed by eugenicist Madison Grant in the Bronx Zoo.
https://en.wikipedia.org/wiki/File:African_Pigmies_CNE-v1-p58-B.jpg Keystone View Company [Public domain]

Poi arriva la fine della seconda guerra mondiale. Sembra che i grandi capi abbiano capito l’importanza del singolo individuo e si vogliano riunire per siglare quello che poi chiameranno “Nazioni Unite”. Questa idea di un mondo unito, dove ognuno rispondeva a delle regole di morale e di diritto universale, erano nate durante gli scontri della seconda guerra mondiale, mentre alcuni paesi si trovavano sotto la mira espansionistica della Germania nazista. Insieme si riunirono e diedero vita alla “Dichiarazione Interalleata”, dove si “impegnavano a lavorare insieme agli altri popoli liberi, sia in tempo di guerra sia in tempo di pace”. (Londra, 12 giugno 1941).
Nell’Agosto del 1941, il presidente Roosevelt e Churchill si incontrarono al largo dell’isola di Terranova, sulla nave da guerra inglese HMS Prince of Wales, per firmare la “Carta Atlantica”, nella quale si impegnavano in una collaborazione internazionale per il mantenimento della “pace e della sicurezza”. L’Unione Sovietica e la Cina si aggiunsero in seguito e firmarono con gli Stati Uniti e il Regno Unito la “Dichiarazione sulla sicurezza generale”. Ne susseguirono riunioni dove le potenze stilarono il primo progetto delle Nazioni Unite e si accordarono sugli scopi, la struttura e il funzionamento dell’organizzazione.

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:President_Roosevelt_and_Winston_Churchill_seated_on_the_quarterdeck_of_HMS_PRINCE_OF_WALES_for_a_Sunday_service_during_the_Atlantic_Conference,_10_August_1941._A4811.jpg

I principi delle Nazioni Unite erano stati stabiliti, dopodiché 50 paesi del Mondo espressero la volontà di riunirsi e firmare uno Statuto che dona alle società un’esistenza di dignità, pace e sicurezza. Così nacquero le “Nazioni Unite”.
Questa idea ebbe il suo apice con la “Dichiarazione universale dei diritti umani” dove sono stilati i diritti che ogni essere umano ha dalla nascita e su come ogni istituzione si debba comportare rispetto alla singola persona.

Bandiera delle Nazioni Unite

“Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona” e “Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà” gridano i paesi firmatari di questi diritti eppure il risultato che ne viene fuori dopo 71 anni sembra un altro: milioni di persone emigrano per allontanarsi da una vita fatta di povertà, instabilità, troppo spesso di violenza, ma soprattutto senza la certezza di poter sviluppare una vita adeguata nel posto dove si è nati.

Da circa 8 anni sono iniziati ad arrivare in massa anche sulle coste europee. Tante delle persone che sono disposte a salire a bordo di barche fatiscenti in mezzo alle acque del Mediterraneo vengono dall’Africa, i cosiddetti “migranti economici”. Quell’Africa che solo mezzo secolo fa, in altri casi solo da pochi decenni, è stata concessa l’indipendenza politica, economica e tecnologica. Dopo 400 anni di colonizzazione.

https://www.flickr.com/photos/hughhillphotography/48467839371/in/photostream/

Ora le cose sono cambiate, i paesi europei vogliono rapporti con i partner africani basati sulla cooperazione e sullo sviluppo.
Nei documenti che riguardano i rapporti tra Europa e Africa ci si imbatte spesso in obiettivi lodevoli come i “diritti umani”, “sviluppo” “azzeramento della povertà”, “democrazia”, “pace” e “libertà”. Parole bellissime, ma sarebbe interessante anche capire il “come”.
Se si cerca su internet “Note tematiche sull’Unione Europea”, sotto la voce “Relazioni esterne – Africa”, si trovano i svariati accordi politici, economici e di sviluppo firmati dai due continenti. Accordi che regolano i loro rapporti da 44 anni.
Nel testo c’è scritto:

“Le relazioni UE-ACP (Africa, Caraibi e Pacifico) risalgono alle convenzioni di Lomé I-IV (1975-2000), che recano le disposizioni in materia di cooperazione allo sviluppo e commercio, consentendo al 99,5% dei prodotti dei paesi ACP di beneficiare del libero accesso al mercato europeo”.

https://www.europarl.europa.eu/factsheets/it/sheet/180/africa

In poche parole, l’accordo prevedeva l’esportazione agevolata, per esempio senza dazi, dei prodotti africani nel mercato europeo. Alcuni di questi prodotti erano visti con un occhio di riguardo:

“Si sono inoltre prese disposizioni specifiche e vantaggiose per alcuni prodotti importanti, nel quadro dei protocolli relativi allo zucchero, alle banane, al rum e alle carni bovine, che possono procurare notevoli benefici finanziari ai paesi ACP”.

https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/MEMO_95_10

I notevoli benefici finanziari non sono mai arrivati. L’Africa continuava a essere il continente più dissestato del mondo, senza un mercato interno forte e con i bambini spesso oggetto di campagne pubblicitarie per la beneficenza in Africa.

The Spanish coastguard intercepts a traditional fishing boat carrying African migrants off the island of Tenerife in the Canaries. / UNHCR / A. Rodriguez / 24 October 2007 *** Local Caption *** HIGHER RESOLUTION

Nel 2000 si sentiva il bisogno di aprire l’Africa al mercato mondiale:

“All’accordo di Lomé ha fatto seguito l’accordo di Cotonou, firmato il 23 giugno 2000 e che è valido per 20 anni. L’obiettivo dell’accordo di Cotonou è di estirpare la povertà integrando maggiormente i paesi ACP nell’economia mondiale. Tale accordo utilizza il termine «partenariato», sottolineando l’impegno e la responsabilità comuni e mettendo in rilievo il dialogo politico, i diritti umani, la democrazia e la buona governance’.

https://www.europarl.europa.eu/factsheets/it/sheet/180/africa

Ai paesi europei era così a cuore lo sviluppo dell’Africa, la sua pace e la buona governance che qualche anno dopo il 2000 appoggiarono l’iniziativa della Banca Mondiale di togliere qualsiasi limite sull’acquisto o l’affitto a lungo termine delle terre del sud del mondo. Milioni di ettari di terreno da poter vendere a privati, multinazionali o Stati per pochi euro l’ettaro e impiegarli in vastissime lande di monocoltura, quel tipo di coltura che ha bisogno di disboscare centinaia di migliaia di foresta per coltivare un unico prodotto. Gli abitanti di quelle terre spesso non hanno accesso a quei contratti, quindi, da un giorno all’altro, non possono più accedere alle proprie terre con conseguente espropriazione di case e/o terreni.

Questo sistema si chiama “libero scambio” e lo hanno adottato per “stimolare il settore agricolo nei paesi emergenti o in via di sviluppo attraverso l’afflusso di capitali stranieri e dimezzare il numero di persone che soffrono la fame entro il 2015”. L’istituto che utilizza questa politica si chiama “Banca Mondiale”, ufficialmente nata per “lo sviluppo economico e l’assistenza ai Paesi in via di sviluppo”, facente parte delle agenzie specializzate delle Nazioni Unite.

A small boat carrying migrants arrives on Greek territory after crossing from Turkey. Photo by courtesy of Hellenic Coast Guard / 2009

Ora siete bravi, ora siete buoni, ora sapete usare le parole giuste.
Ora avete imparato a vendere bene il vostro modo di far politica. Avete imparato che la diplomazia è il mezzo migliore per mantenere rapporti e obiettivi con paesi subordinati. Perché quando si usano le parole giuste, è più difficile andar a fondo delle decisioni prese. Nessuno può essere contro le parole libertà, pace e sviluppo.
Ora siete buoni, non li mettete più dentro le celle. Ora è più facile scappare, da soli, in mezzo al mare. E ora che il gioco sporco vi si sta rivoltando contro, iniziate a giocare al buono e il cattivo. Chi chiude i porti facendo finta che non entra più nessuno, e chi apre esclusivamente le braccia, firmando un patto sulla migrazione non vincolante chiamato “Global Compact”, che non parla mai del diritto di vita nel luogo di nascita.

Volete continuare a distrarci, dalla prova inconfutabile che la vostra politica ha fallito. Sia sul piano umano che economico.
Ma adesso il vaso di Pandora è aperto, sta solo a noi guardarlo.


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FONTI

http://www.viaggichepassione.it/isola-di-gore

https://www.ilmessaggero.it/viaggi/grandi_viaggi/senegal_lago_rosa_isola_conchiglie-3360895.html

https://www.assemblea.emr.it/europedirect/pace-e-diritti/archivio/i-diritti-umani-e-leuropa/2011/cosa-accadde-a-goree

http://www.treccani.it/enciclopedia/colonialismo_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/

http://omero.humnet.unipi.it/matdid/1033/16.%20Berlino%201884-85.pdf

http://www.sapere.it/enciclopedia/Berlino%2C+conferènze+di-.html

http://www.sapere.it/enciclopedia/ONU.html

https://www.docsity.com/it/organizzazione-internazionale-pt-2/5296748/

http://www.fondazioneaegboroli.it/images/pdf/berlino.pdf

https://www.tesionline.it/appunti/le-nazioni-unite/carta-atlantica/832/4

http://www.europarl.europa.eu/factsheets/it/sheet/180/africa

https://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-95-10_it.htm

https://www.mangwana.org/land-grabbing/

https://www.academia.edu/38917703/Politica_Agraria